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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

17.05.2024 15:32 / Articoli Team Zoomunity

Toxoplasmosi – gatti e donne in gravidanza

Sicuramente non è la prima volta che, da Veterinari, ci si trova a dover affrontare insieme alle donne in gravidanza grandi dilemmi in merito al contatto con il proprio gatto. Nonostante ci sia molta informazione a riguardo, anche online, è ancora frequente vedere tante persone vivere con terrore la presenza del gatto nell’ambiente domestico durante l’attesa.

Questo perché Toxoplasma Gondii è un parassita che può infettare animali (mammiferi, uccelli, rettili) e uomo, e, durante la gravidanza può infettare la placenta e diffondersi al feto, causandone lesioni gravi o aborto. Ciò giustifica la grande attenzione da parte di Medici e donne al problema.

Andiamo a capire meglio in che modo il gatto può essere coinvolto.

I felidi sono gli ospiti definitivi del parassita, al contrario degli altri animali, uomo incluso, che sono solo ospiti intermedi. Cosa vuol dire? Che nel gatto il parassita riesce a completare il suo ciclo vitale, generando la sua forma infettante, le oocisti. Le oocisti vengono eliminate per via intestinale, mediante le feci.

Esistono tre diverse modalità di trasmissione di Toxoplasma nelle specie ospiti (compreso uomo e gatto): infezione congenita tramite la placenta, ingestione di carni crude infette ed ingestione di cibo o acqua contaminate da oocisti. Nel caso dell’uomo la modalità di trasmissione più plausibile è, pertanto, l’ingestione delle oocisti mediante cibo, acqua o mani. Nel caso del gatto, è plausibile l’ingestione di piccole prede infette.

Consideriamo un dato importante: le oocisti, una volta espulse dal gatto, per avere potere infettante, necessitano di un tempo di circa 2-4 giorni.

In conclusione, possiamo dire che un essere umano può infettarsi portando alla bocca mani sporche o cibo o acqua contaminati da materiale fecale di almeno due giorni prima. Da questo deduciamo che le comuni norme igieniche (banalmente lavare bene le mani) e la quotidiana pulizia della lettiera riduce drasticamente la possibilità di infezione, la quale rimane possibile qualora si ingerisse cibo contaminato (verdure o frutta fresche, carni crude), o ad esempio tramite mani sporche (attenzione ad attività quali giardinaggio senza guanti ad esempio!).

Allora cosa fare?

Poiché la malattia è spesso asintomatica, sarebbe bene effettuare un semplice test su sangue prima della gravidanza o al principio.

Sicuramente è utile testare il gatto domestico effettuando un test su sangue; qualora il gatto risultasse positivo ma senza sintomi, non è detto che sia escretore di oocisti. In quel caso è possibile effettuare pcr su feci.

Anche qualora ci fossero oocisti, è possibile valutare una terapia sull’animale, che comunque non necessita di essere allontanato per i motivi sopra elencati!

In conclusione è bene tenere presente l’importanza del rischio di toxoplasmosi in gravidanza, ma senza mettere in discussione l’interazione con il proprio gatto, che può continuare tranquillamente a convivere con noi!

Ma la toxoplasmosi nel gatto è pericolosa?

Si, può essere una grave infestione, che può generare problematiche anche molto serie, sebbene generalmente causi nell’animale solo diarrea transitoria.

I gatti con toxoplasmosi grave possono manifestare segni clinici molto vari: scarsa reattività, diarrea, anoressia, dimagrimento, febbre, dolorabilità muscolare, difficoltà respiratorie, sintomi neurologici, uveite.

È possibile che ci possano essere, durante la vita dell’animale delle riattivazioni parassitarie, in seguito a situazioni di compromissione del sistema immunitario (es. contemporanee infezioni virali, traumi, forti stress emotivi o fisici); di norma, il soggetto che contrae toxoplasmosi resta protetto a lungo termine, poichè risponde all’infezione con produzione di anticorpi e linfociti specifici.

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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

30.04.2024 15:25 / Articoli Team Zoomunity

Esami del sangue : PT aPTT – COAGULAZIONE

Cosa sono questi valori e quando e perché li andiamo a misurare?

APTT sta per tempo di tromboplastina parziale attivata. Il valore di questo parametro indica il tempo impiegato da questa molecola per attivarsi e concorrere all’inizio del processo di coagulazione del sangue. Il PTT valuta la funzionalità dei fattori della coagulazione e la loro quantità. Più è alto il valore del PTT, più lentamente coagula il sangue. PT sta per tempo di protrombina, ossia il tempo impiegato da questo fattore di coagulazione a creare il coagulo.

Da chi dipendono questi fattori?

In primis dall’organo principale responsabile della loro produzione, ossia il fegato; in secondo luogo da tutte quelle situazioni interne o esterne che influiscono sul processo di coagulazione (farmaci steroidei, anticoagulanti, intossicazioni, infiammazione, tumori, ecc). Capiamo bene, quindi, come possa essere importante monitorare la funzionalità di coagulazione in corso di alcune terapie e/o malattie, ma il loro controllo può avere anche un significato preventivo.

Teniamo presente che alterazioni preoccupanti possono essere sia per valori elevati, che indicano un rallentamento importante della coagulazione, ma anche per valori molto bassi, che indicano una tendenza a coagulare molto spiccata, altrettanto pericolosa per la tendenza a formare coaguli anche in maniera massiva e diffusa.

Quali sono, quindi, le circostanze durante le quali il Medico Veterinario può richiedere questi esami?

  • A scopo preventivo, in programmazione ad esempio di interventi chirurgici invasivi (con accesso addominale o toracico ad esempio), così da controllare la capacità coagulativa del paziente e scongiurare eventuali emorragie non controllabili;
  • ogni qualvolta vi sia un sospetto sanguinamento anomalo (versamenti, vomito emorragico, cistiti emorragiche), soprattutto in associazione a riscontro clinico preciso, quali presenza di “macchie” superficiali sulle mucose che indicano stravaso capillare, quindi meglio definite come petecchie; presenza di ecchimosi, mucose pallide. Talvolta ci si accorge di un rallentamento nella coagulazione in seguito ad esempio a prelievi di sangue e mancata interruzione del sanguinamento dal punto di prelievo, o semplicemente osservando il sangue residuo in siringa;
  • in corso di sospetto avvelenamento con rodenticidi anticoagulanti o sostanze che possano alterare la coagulazione;
  •  in seguito a shock organici importanti (es. colpi di calore);
  • in pazienti oncologici o con gravi deficit organici che possono coinvolgere il fegato;
  • in corso di gravi infezioni/setticemia;
  • in pazienti che assumono a lungo termine terapie con corticosteroidi o farmaci anticoagulanti.

Come in altre situazioni, il monitoraggio di questi fattori di coagulazione va incasellato nel quadro generale del paziente e affiancato sempre ad altri esami, nonché ad una corretta interpretazione e valutazione del paziente a 360 gradi da parte del Medico Veterinario.

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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

16.04.2024 13:50 / Articoli Team Zoomunity

Esami del sangue: enzimi epatici

Dagli esami del sangue è possibile valutare la quantità e la tipologia di enzimi epatici eventualmente alterati e trarne importanti informazioni in merito allo stato clinico del paziente.

Cosa sono e quali sono di preciso questi parametri?

Queste molecole vengono comunemente definite transaminasi epatiche e sono rappresentate da quel gruppo di proteine che fanno da indicatore di stress o danno del tessuto epatico e non solo; esse si occupano in effetti di permettere lo svolgimento di determinati processi biochimici all’interno delle cellule del fegato.

Sono rappresentati da:

  • Alanina aminotransferasi (ALT)
  • Fosfatasi alcalina (ALP)
  • Aspartato aminotransferasi (AST)
  • Gamma glutamiltranspeptidasi (GGT)

Ma perché ci interessano queste molecole dal nome lungo e complesso?

Perchè, generalmente, una loro anomalia quantitativa, può essere un indicatore importante di patologia in atto. In linea di massima un incremento di AST e ALT avviene a causa di una vera e propria rottura delle membrane cellulari dei tessuti interessati, in particolare fegato e muscolo (si, perché non solo le cellule epatiche contengono questo enzima). Per quanto riguarda ALP e GGT, questi si innalzano in corso di una induzione enzimatica.

Cosa vuol dire quindi?

Che potremmo essere di fronte ad un danno primario dei tessuti nel primo caso oppure di fronte ad un aumento secondario di alcuni enzimi, magari dovuto ad un problema metabolico scatenato da una patologia di altra natura, ad esempio ormonale, piuttosto che secondario ad assunzione di farmaci es.cortisonici, oppure per patologie delle vie biliari.

Capiamo già da questo quanto sia complesso interpretare con certezza questi valori, in quanto non sempre specifici. Molto frequentemente, di fronte ad alterazioni consistenti degli enzimi epatici, è necessario in qualche modo scremare le opzioni diagnostiche, grazie, intanto, ad una accurata anamnesi, ossia storia e sintomi del paziente riferiti dal proprietario, stile di vita, alimentazione ecc, ma anche grazie ad una accurata visita clinica e, se opportuno, proseguendo con indagini diagnostiche.

Può essere utile, in questi casi approfondire con ecografia specialistica, nonché esami del sangue aggiuntivi. Spesso, come già suggerito sopra, alterazioni delle transaminasi possono essere dovute a problemi ormonali, quali problematiche tiroidee o delle surrenali.

Ricordiamo anche che il fegato è un importante snodo di processi metabolici ma anche di detossificazione dell’organismo, pertanto facilmente sarà suscettibile a una serie di insulti esterni, quali scorretta alimentazione, farmaci, nonché processi di infiammazione o infezione (es. parodontiti e patologie dentali).

Andiamo a ricapitolare le possibili cause di aumento delle transaminasi:

  • Patologia primaria del fegato e/o dei muscoli
  • Patologia della cistifellea e delle vie biliari
  • Patologie infettive o infiammatorie
  • Tumori
  • Patologie ormonali (tiroide e/o surreni)
  • Farmaci
  • Sostanze tossiche
  • Errata alimentazione

Capiamo ancora di più quanto sia esteso il ventaglio di ipotesi diagnostiche, pertanto è necessario davvero comprendere la difficoltà di interpretazione precisa di questi valori ematici. Teniamo ancora una volta presente quanto sia importante avere un quadro completo dalla situazione, alla luce di stato clinico, sintomi, esami del sangue generici (ovviamente l’interpretazione di un quadro clinico si ha tirando le somme di tanti dati, compresi gli altri parametri del sangue), approfondimenti diagnostici.

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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

05.04.2024 15:29 / Articoli Team Zoomunity

Esami del sangue: parametri renali

Tra le informazioni più frequentemente ricercate durante un esame del sangue vi è la funzionalità dei reni.

I reni sono quanto la cui funzione è principalmente fare da filtraggio per le sostanze dannose per il corpo, ma anche da sede di riassorbimento delle sostanze utili, tra cui proteine e acqua. Capiamo quindi quanto siano organi fondamentali alla sopravvivenza e, purtroppo, spesso, organi particolarmente suscettibili a insulti esterni o interni dell’organismo. La funzionalità renale può essere intaccata da tante condizioni: intossicazione, disidratazione, farmaci, eventi ischemici, degenerazione, tumori ecc.

Come possiamo monitorare, tramite le analisi del sangue, la funzionalità renale?

Sono diversi i parametri da interpretare e prendere come riferimento.

I principali sono, indubbiamente: creatinina ematica, azotemia e SDMA (dimetilarginina simmetrica).

  • La creatinina è uno dei parametri principali di riferimento per la stadiazione della malattia renale. Un suo incremento, soprattutto durante il monitoraggio della patologia, indica, generalmente un peggioramento della funzionalità filtrante dei reni. Non è detto, però, soprattutto in una patologia acuta, che valori molto alti di creatinina non possono rientrare alla normalità con un corretto intervento medico. Un tipico esempio è quelli dei gatti affetti da ostruzione uretrale. In una circostanza così acuta, spesso la ritenzione di urina danneggia i reni. Se il paziente viene trattato in tempo e viene ripristinata una corretta idratazione, il più delle volte, i reni riprendono una normale attività.
  • L’azotemia è un altro parametro importante per la valutazione della patologia renale, nonché dello stato generale clinico. È un parametro non altamente specifico, perché può innalzarsi anche in altre situazioni, ad esempio patologia del tratto gastroenterico. In corso di insufficienza renale, l’azotemia, ossia la persistenza e l’innalzamento nel sangue di scorie azotate, normalmente escrete con le urine, ci dà un’idea dell’andamento della patologia. In associazione alla creatinina, ci permette di stadiare il danno renale, ossia definirlo più o meno grave. Permette, inoltre, al medico veterinario di giustificare o meno determinati segni clinici (es. sintomi neurologici, vomito, diarrea ecc.), tipici da tossiemia, ossia accumulo di tossine nell’organismo.
  • SDMA: parametro relativamente di recente utilizzo in veterinaria. La sua particolarità è che il suo innalzamento avviene più precocemente della creatinina in corso di danno renale.

Cosa vuol dire?

Che se la creatinina si innalza fuori range quando c’è già una perdita di funzionalità renale del 75% circa, l’SDMA inizia a innalzarsi in corso di danno renale al 25% circa. Questo permette di definire una diagnosi di danno renale precoce, aumentando le possibilità terapeutiche mirate a ridurre la progressione della patologia, qualora sia trattabile.

Ricordiamo, alla luce delle informazioni suddette, che nel quadro generale del paziente, è importante non solo valutare i singoli parametri, importantissimi, ma incasellare queste informazioni in un disegno clinico molto più ampio che comporta la valutazione di:

  • stato clinico del paziente: è importante capire cosa ci “racconta” il paziente, ossia il suo stato umorale, il suo stato fisico, la presenza di sintomi, l’appetito, il peso ecc;
  • esame urine per valutare presenza di perdita urinaria di proteine, dato importante che ci indica che i reni stanno filtrando e riassorbendo poco, pertanto è plausibile accertare un danno;
  • valori biochimici ed ematologici generali: va valutato il paziente a 360° per poter decretare una prognosi, anche alla luce dello stato degli altri organi, nonché della presenza di segni conseguenti alla patologia stessa (esempio: presenza di anemia in corso di insufficienza renale cronica);
  • pressione arteriosa: spesso in corso di insufficenza renale, la pressione aumenta e ne risente il sistema cardiovascolare;
  • eventuali esami aggiuntivi, quali ad esempio ecografia addominale.

Ricordiamo sempre che il Medico Veterinario può identificare il quadro clinico generale, al contempo dettagliato, alla luce di tutti questi parametri, non solo dei valori del sangue. Non di rado pazienti con insufficienza renale, soprattutto se cronica, quindi lentamente progressiva nel tempo, riescono a compensare alla patologia, adattandosi e vivendo serenamente in convivenza con la malattia, anche a lungo termine.

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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

28.03.2024 15:06 / Articoli Team Zoomunity

Esami clinici: cos'è l'esame emocromocitometrico

L’esame emocromocitometrico, detto più semplicemente emocromo, è un esame del sangue che ci permette di valutare alterazioni qualitative e quantitative delle cellule del sangue.

Cosa vuol dire?

Che possiamo sapere se determinate cellule del sangue sono troppe o troppo poche e se presentano delle anomalie in quanto forma, grandezza e caratteristiche morfologiche.

Questo tipo di esame, oggi, viene effettuato da macchinari specifici che permettono la conta delle cellule in tempi rapidissimi, oltre ad una valutazione della grandezza delle cellule. Allo screening tramite macchinario è sempre bene affiancare lo striscio di una goccia di sangue da visionare direttamente al microscopio; questa procedura consente di visionare direttamente forma e caratteristiche delle cellule, nonché valutare la presenza di parassiti o batteri. Talvolta, difatti, è possibile vedere tra la cellule, parassiti come le microfilarie.

La valutazione al microscopio di permette, inoltre, di ridurre eventuali errori del macchinario, il quale, a causa della tecnologia di utilizzo, può sottostimare o sovrastimare alcune conte cellulari. Nello specifico l’emocromo ci permette di valutare globuli rossi (o eritrociti), globuli bianchi (o leucociti), piastrini e presenza di cellule estranee (ad esempio parassiti o batteri).

Nel caso dei globuli rossi le informazioni che possiamo ottenere riguardano sia quantità che caratteristiche cellulari.

Cosa significa?

Che dall’emocromo capiamo se c’è una scarsità di eritrociti, ossia un’anemia in atto, piuttosto che un eccesso di cellule, che potrebbe indicare perdita di liquidi, quindi disidratazione. Nel caso di anemia, dall’emocromo possiamo anche sapere se c’è una risposta rigenerativa, quindi produzione di nuovi eritrociti giovani o meno. Inoltre, abbiamo la possibilità di sapere se ci sono anomalie della forma o del contenuto di emoglobina. Per quanto riguarda i globuli bianchi è bene sottolineare che questi si dividono in linfociti e granulociti, entrambi ad azione immunitaria. Dei granulociti fanno parte neutrofili, ossia le cellule che si attivano generalmente in corso di infezione, basofili ed eosinofili, cellule attivate in corso di parassitosi ed allergie. Abbiamo, inoltre i monociti, cellule in allerta durante un’infiammazione.

L’attivazione di una o l’altra componente cellulare ci dà delle informazioni utilissime riguardo la condizione del sistema immunitario e, anche in questo caso, la quantità di cellule è fondamentale. Un eccesso indica un certo tipo di risposta (infiammatoria, infettiva, a volte neoplastica); una riduzione può indicare, invece, un esaurimento delle cellule per un problema importante in atto in un distretto dell’organismo, piuttosto che un problema a monte midollare.

Capiamo, quindi, da un esame così rapido e semplice, quante informazioni il Medico può ricavare per completare un certo quadro clinico ed avere delle risposte diagnostiche.

È fondamentale far presente due importanti regole:

  • L’emocromo, come altri esami, può essere altamente variabile nel corso del tempo, addirittura da un giorno all’altro. Non stupiamoci se, in determinati casi, il Medico Veterinario richiede un controllo ematico anche dopo 24 ore; è giustificabile ai fini di valutare l’andamento di alcune patologie o della risposta del sistema immunitario o del sistema di produzione delle cellule;
  • Solo il Medico Veterinario ha le competenze per valutare e interpretare i dati dell’esame; le informazioni suddette sono solo alcune, limitate ai concetti base; è il Medico a interpretare il quadro d’insieme, ossia associare i valori riscontati alla visita clinica, alla sintomatologia e ad eventuali accertamenti ritenga opportuni. Inoltre è da tenere presente che l’animale, in relazione a età, specie, razza, può avere delle particolarità specifiche all’emocromo. Ad esempio sappiamo che i Cavalier King Charles Spaniel hanno come caratteristica di razza delle piastrine più grandi del normale; oppure che un cucciolo in crescita può avere linfociti reattivi, e così via. Quindi sempre affidarsi ad una valutazione e interpretazione competente.
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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

15.03.2024 14:16 / Articoli Team Zoomunity

Tigna

La tigna è una dermatofitosi, o micosi, ossia un’infezione cutanea, sostenuta da funghi chiamati dermatofiti, che si nutrono di cheratina e interessa appunto la cute e il pelo sovrastante. Può colpire animali e uomo, attraverso il contatto diretto o mediante oggetti o materiale contaminato, ad esempio superfici, cucce, trasportini ecc.

Normalmente, la micosi, come spesso accade per le malattie a contagio diretto, si esprime quando il sistema immunitario non è in grado di contrastare la replicazione del patogeno.

Spesso la presenza di micosi evidenti è correlata, difatti, allo stato immunitario del paziente.

Soffrono di micosi soggetti immunodepressi, ad esempio cuccioli, anziani, paziente debilitati.

Ovviamente fa la differenza l’ambiente in cui risiede il paziente. Situazioni di sovraffolamento e scarsa igiene predispongono a tali condizioni.

Teniamo anche conto che le spore presenti nell’ambiente sono discretamente resistenti.

Al contempo, pazienti con un sistema immunitario competente possono essere portatori non sintomatici.

Come si manifesta la tigna?

Tipicamente le lesioni micotiche da tigna presentano perdita di pelo localizzata, spesso tondeggiante, a margini arrossati; si riscontra pelo spezzato, forfora, piccole croste. Può provocare prurito, quindi grattamento e contaminazioni secondarie. Espressione molto simile di malattia avviene anche nell’uomo, in particolare nei bambini.

I metodi per diagnosticare dermatofitosi sono:

  • Esame con la lampada di Wood a luce ultravioletta, che permette di evidenziare le lesioni di colore verde fluorescente; in tal caso il test è positivo. C’è da dire che l’attendibilità del test non è molto alta, circa il 50% dei casi, quindi un risultato negativo non esclude al 100% la tigna.
  • Esame microscopico del pelo permette di visualizzare le spore; anche in questo caso, il test è positivo solo nel 50% dei casi.
  • Coltura fungina del pelo: de dopo 1 o 2 settimane cresce una colonia fungina, l’animale è infetto. Questo è il test più attendibile ma più lungo in termini di tempo.

La terapia della dermatofitosi prevede un trattamento individuale di tutti gli animali conviventi mediante un prodotto farmacologico sistemico e/o locale, ma anche un trattamento dell’ambiente con lavaggi e disinfettanti  (va bene candeggina o clorexidina) dei tessuti, nonché di trasportini, cucce e superfici, addirittura l’impianto di aerazione o condizionamento andrebbe pulito.

E’ indispensabile poi eseguire una coltura di controllo al termine del trattamento.

Importante per quelle strutture in cui risiedono tanti animali è isolare gli infetti o comunque distanziarli dagli altri e soprattutto non movimentare o vendere o far partecipare ad eventi o monte i soggetti infetti.

Ricordiamo, ancora una volta, che è molto importante rispettare le norme igieniche ma anche il benessere dell’animale, garantendo quelle risorse prioritarie di benessere, al fine di facilitare e sostenere sempre l’adeguatezza del sistema immunitario, primo garante della salute dei nostri animali. Per questo ricordo l’importanza dell’alimentazione, della gestione in casa o nell’ambiente, nell’evitare sovraffolamento e abuso di farmaci.

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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

08.03.2024 11:50 / Articoli Team Zoomunity

Giardia: è davvero un incubo?

Se sei proprietario di un cane o un gatto avrai quasi sicuramente sentito almeno una volta parlare della Giardia e magari avrai anche vissuto in prima persona l’incubo di questo parassita, fatto test su test, terapie, controlli ecc. Allora approfondiamo insieme l’argomento.

Cos’è la Giardia?

È un organismo formato da un’unica cellula, facente parte del gruppo Protozoi. Questo parassita attraverso l’intestino, all’interno delle feci, viene rilasciato nell'ambiente nella sua forma sferica, a pareti spesse, detta appunto cistica. In questa forma il parassita è molto resistente, soprattutto in ambienti umidi e stagnanti. Se ingerita, la ciste resiste ai succhi gastrici e, nell'intestino tenue, si tramuta nella forma attiva, il trofozoita (forma a goccia), che si lega alla mucosa dell'intestino come una piccola ventosa e comincia a replicarsi, dando inizio ad un nuovo ciclo. L’infezione avviene quindi per via orale, tramite contatto diretto con le feci o con alimenti o acque contaminate, o tramite leccamento tra individui infestati. La presenza di oocisti nell’ambiente è elevata e questo crea spesso recidive.

Perché la Giardia causa problemi?

Perché la sua forma particolare le permette di attaccarsi alle pareti dell’intestino causando infiammazione, malassorbimento nelle situazioni più gravi e diarrea e/o vomito.

Quindi la sua presenza è sempre associata a malattia?

No. La Giardia può risultare, soprattutto in cani adulti e sani, un parassita presente nell’intestino, in equilibrio con l’ambiente instestinale e soprattutto in equilibrio con il sistema immunitario, pertanto non risulta un agente patogeno o scatenante la malattia.

Quando possiamo parlare allora di Giardiasi?

In linea di massima quando vi è una sintomatologia evidente e soprattutto quando il paziente è in una condizione di immunocompetenza ridotta. Ne sono un esempio i cuccioli, i pazienti con coinfestazioni parassitarie o infettive, gli anziani, gli immunodepressi; praticamente tutti quei soggetti in cui la replicazione del parassita prende il sopravvento.

Allora è necessario fare sempre un trattamento?

Il trattamento farmacologico va sempre ponderato sulla base del paziente e di accurate valutazioni cliniche, anche perché la scelta del farmaco può incidere sul benessere dell’animale a lungo termine. Ad esempio ci sono molecole antibiotiche utilizzate in passato che possono, soprattutto nei cuccioli, causare importanti disbiosi a lungo termine. Inoltre per terapia non intendiamo solo il farmaco parassiticida, ma anche corretta alimentazione e trattamenti di sostegno e ripristino dell’equilibrio intestinale. La terapia deve avere lo scopo di tenere a bada l’infestazione, ma principalmente curare la condizione clinica del paziente a tutto tondo.

Come fare diagnosi di Giardia?

Esame a fresco delle feciper evidenziare i trofozoiti, o, più comunemente usato, lo Snap test che evidezia la reazione antigene-anticorpo.

Il trattamento deve protrarsi finché il test non  risulti negativo?

No. Il trattamento non ha la finalità di debellare il parassita, soprattutto se inteso come negativizzazione dei test anticorpali. Il fatto che un cane rimanga positivo a uno snap test per la Giardia è fatto del tutto normale, anche per diverse settimane. Ecco perché non si deve considerare un problema. Se il paziente, in seguito a Giardiasi, mantiene una stabilizzazione di peso o della crescita, appetito, forma fisica e scompaiono i sintomi clinici, non è il caso di accanirsi con i farmaci. Se, al contrario, persistono diarrea e/o altri sintomi, vale la pena indagare anche altro. Ovviamente è compito del medico veterinario ponderare sul singolo un piano terapeutico e i dovuti monitoraggi.

A conferma, il CAPC (Companion Animal Parasite Council), ad esempio, indica non necessario il trattamento del paziente adulto positivo alla Giardia, anche se sintomatico. Questo perché è più probabile che la causa del problema gastroenterico non sia ascrivibile alla Giardia, ma ad altro.

La Giardia è una zoonosi?

È possibile, ma raramente sono state evidenziate contaminazioni da animale ad uomo. È ovvio che tutte le norme igieniche del caso vanno opportunamente seguite, tra cui una normale pulizia dell’animale e la rimozione delle feci potenzialmente infette.

In definitiva teniamo a sottolineare che la Giardia spesso rappresenta solo una delle cause di sintomi gastroenterici e non è corretto incentrare tutto sulla sua presenza e persistere in trattamenti continui, senza andare oltre. È importante non sottovalutarla, ma neanche farne un incubo o una ossessione. Se il vostro animale è risultato positivo alla Giardia e, nonostante i trattamenti, persistono dei problemi, sarà necessario indagare e attenzionare altre cose!

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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

29.02.2024 14:08 / Articoli Team Zoomunity

Cucciolo: vaccini e socializzazione

In altre circostanze abbiamo sottolineato quanto sia importante per il cucciolo, durante la prima fase di sviluppo, vivere serenamente le prime esperienze emozionali e sensoriali con gli individui più stretti, ossia mamma e fratelli; a queste si aggiungono le interazioni interspecie, quindi con l’uomo o altri animali.

Alla primissima fase, detta neonatale, segue una fase di socializzazione, che inizia a poche settimane e continua oltre la quattordicesima con il periodo giovanile, che termina poi con la maturità sessuale (da sei mesi a due anni, dipende notoriamente da taglia e/o razza ).

La fase di socializzazione è estremamente delicata, poiché il cucciolo impara a interagire, esplorare, conoscere e, di conseguenza, impara a comportarsi nei confronti di situazioni ed individui che incontrerà nel corso di tutta la vita. È fondamentale, quindi, non impedire al cucciolo di svolgere queste attività, nonché i primi incontri con i consimili non familiari.

Purtroppo, questo periodo coincide anche con una condizione immunitaria molto delicata del cucciolo, nonché con l’inizio della profilassi vaccinale. Frequentemente si hanno molti timori a far socializzare il proprio cucciolo durante questo periodo e spesso anche alcuni Medici Veterinari sconsigliano contatti per timore delle patologie infettive più contagiose, in particolare Cimurro e Parvovirosi.

Personalmente sono contraria all’isolamento del cucciolo in questa fase, poiché con grande frequenza si sono riscontrati a posteriori problemi comportamentali complessi, basati spesso su timori, fobie, incapacità relazionale, aggressività, continui abbai ecc. Un ulteriore peggioramento è stato riscontrato indubbiamente nel periodo post Covid, eclatante esempio di come la mancata interazione tra animali, uomo e mondo esterno abbia gravato sull’insorgenza di tali problematiche.

È chiaro, quindi, che il cucciolo debba essere esposto quanto prima a una serie di esperienze. Questo va fatto con gradualità, buon senso, accortezza e, magari, affidandosi a personale esperto se siamo alle prime armi. È consigliabile introdurre gradualmente e senza fretta il cucciolo in aree controllate, con altri cuccioli e adulti sani e ben socializzati ed equilibrati, soprattutto dopo la prima/seconda somministrazione vaccinale.

Dal punto di vista immunitario, oltre a dover valutare caso per caso la possibilità di organizzare le prime interazioni ed esperienze, è possibile iniziare precocemente la profilassi vaccinale, ed il Medico Veterinario può suggerire eventuali ulteriori supporti per il sistema immunitario (nonché suggerire corretti trattamenti antiparassitari in concomitanza).

Ricordiamo, inoltre, che le Linee Guida per la Vaccinazione del Cane e del Gatto, prodotte dalla World Small Animal Veterinary Association (WSAVA, 2016) prevedono un protocollo vaccinale funzionale per la “socializzazione precoce” dei cuccioli, riconosciuta a livello mondiale come essenziale per lo sviluppo comportamentale dei cani. Secondo linee guida l’ultima vaccinazione della prima serie vaccinale termina non prima delle 16 settimane di età. Inoltre in letteratura scientifica, studi hanno dimostrato un rischio molto basso di contrarre il Parvovirus tipo 2 tra i cuccioli vaccinati che seguono gli incontri di socializzazione.

Ci raccomandiamo, alla luce di quanto detto, di valutare correttamente le tempistiche del piano vaccinale e non avere fretta ma neanche terrore di far uscire il nostro cucciolo. Ricordiamo di avere la responsabilità di essere guida e supporto per lui nel mondo esterno e non segregati in casa!

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Dott.ssa Manuela Grippa Veterinario

20.02.2024 17:05 /

Traumi da collare

Da sempre nel mondo cinofilo si discute delle conseguenze dell’utilizzo (soprattutto se improprio) del collare, intese come lesioni traumatiche fisiche (e non).

Per collare intendiamo in senso generico quei dispositivi fascianti che si applicano al collo dell’animale (cane principalmente) e che consentono la gestione dell’animale in passeggiata.

Nel dettaglio, poi, è bene dire che esistono tantissimi tipi di collare, differenti per materiale, conformazione, utilizzo. Possono essere di pelle, nylon, tessuto, metallo, a strozzo, a semistrozzo, ecc.

Ovviamente, la tipologia di collare influirà sugli effetti fisici sul collo dell’animale. Le caratteristiche del collare non sono unico fattore importante, ma sicuramente lo è principalmente l’utilizzo che ne fa il conduttore.

Difatti, in base a come e quanto viene utilizzato il collare e quanto viene trazionato, i tessuti sotto stress possono subire lesioni e conseguenze più o meno importanti.

Generalmente le lesioni, qualora presenti, coinvolgono principalmente i tessuti duri, in particolare cartilagine tracheale e osso ioide, che possono lesionare e addirittura fratturarsi, dando condizioni talora asintomatiche, ma talvolta invece palesi, con condizionamento della deglutizione e della respirazione, con tosse e stridore respiratorio. Tali lesioni possono non essere visibili, se non in seguito a endoscopia o tac.

Sui tessuti molli possono esserci ferite da trazione, ematomi, escoriazioni, lacerazioni.

È importante riferire al Medico Veterinario come viene utilizzato il collare ogni qualvolta l’animale manifesti una determinata sintomatologia. In effetti, in letteratura scientifica vi è una connessione tra l’utilizzo di collari e determinati tipi di lesioni traumatiche. Ciò non vuol dire demonizzare il collare come strumento di contenimento, ma sicuramente porre l’attenzione su quanto è importante utilizzarlo correttamente.

Ogni strumento, in quanto tale, può essere utilizzato male e pertanto avere conseguenze negative sull’animale. Questo articolo non vuole mostrare una preferenza per altri tipi di strumenti, come ad esempio la pettorina, ma sottolineare la necessità di informazione e corretto uso.

Molto spesso capita di vedere cani strattonati, tirati via con forza magari anche da situazioni assolutamente normali (es. esplorare, annusare, socializzare).

Pensiamo, pertanto, che, oltre alle lesioni fisiche, possa venir meno anche la serenità e l’appagamento del cane in passeggiata, che, se continuamente strattonato, può sviluppare nervosismo, ansia e paura, oltre che disagio o dolore fisico come abbiamo visto, in un momento che dovrebbe essere dedicato totalmente al suo benessere.

In conclusione, attenzione quindi alle caratteristiche e al buon uso degli strumenti di contenimento. In caso di scarsa esperienza in merito, sempre bene farsi guidare da esperti, preferendo chi sa guidare proprietario e animale con serenità e intelligenza, non con costrizione e forza.

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